ESUBERO DI IMMAGINI: il senso della Fotografia oggi.

A cura di Ilenia Baldina – tempo di lettuta 2,5 min

Viviamo in un’epoca dominata da esubero di immagini. Ogni giorno, miliardi di foto vengono scattate e condivise sui social media: selfie istantanei, stories effimere, ritratti filtrati alla ricerca di approvazione. Un diluvio visivo che ha svuotato le immagini di significa e funzione, trasformandole in un flusso superficiale. Eppure, è proprio in questo contesto di sovrabbondanza che il senso della fotografia evolve, diventa più profonda riemergendo come uno strumento potente e prezioso per evocare ed esplorare il nostro mondo interiore.

TESTA, OCCHIO, CUORE

Come diceva Henri Cartier-Bresson la fotografia è “mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore”.  Con gli strumenti accessibili di oggi, come smartphone e fotocamere digitali, chiunque può intraprendere questo viaggio alla scoperta attenta e sensibile del mondo intorno e dentro a sé, alla scoperta di una parte più profonda ed intima. Lavorando con paesaggi, oggetti e se stessi è possibile far emergere pattern nascosti: un paesaggio uggioso che svela una malinconia, un’espressione stanca che rivela stress accumulato, un sorriso autentico che illumina un momento di gioia.

Si può dire che, l’altro senso della fotografia di oggi, è quello di essere sempre più terapeutica. Già a partire dagli anni 70 questo modo di pensare la fotografia diventò fondamento di buona parte del lavoro di Judy Weiser,  psicologa, arte-terapeuta, formatrice, docente e scrittrice americana, considerata oggi l’ideatrice della FotoTerapia e della fotografia terapeutica. Quest’ultima è una pratica che utilizza la fotografia come strumento per la crescita personale, l’esplorazione emotiva e il benessere interiore. Non si tratta di una terapia clinica formale, ma di un approccio accessibile che chiunque può praticare da solo o in gruppi, senza la necessità di un terapeuta qualificato.

VANTAGGI

La fotografia terapeutica è “la fotografia come terapia”: attività che aumenta la consapevolezza di sé, migliora il benessere e favorisce i cambiamenti positivi, senza un setting clinico. Offre numerosi vantaggi supportati da studi e pratiche nel campo della psicologia e dell’arteterapia:
• Aumenta l’autostima e la consapevolezza emotiva.
• Aiuta a conoscere meglio le emozioni che affiorano nel presente.
• Riduce stress promuovendo mindfulness (consapevolezza del momento presente).
• Migliora le relazioni interpersonali e favorisce l’empowerment personale.

Alcune attività tipiche includono:
• Autoritratto (self-portrait): Fotografarsi per esplorare l’immagine di sé, del corpo e emozioni.
• Ritratto: Fotografare e farsi fotografare per conoscersi meglio e valorizzarsi attraverso la relazione fotografica.
• Esplorazione di album familiari: Guardare vecchie foto per ricontattare ricordi e storie personali.
• Photo-walk: Passeggiate fotografiche mindful, catturando immagini che rappresentano stati d’animo o simboli personali.
• Diario visivo: Scattare una foto al giorno e riflettere su di essa attraverso scrittura o condivisione.
• Progetti tematici: Fotografare oggetti, paesaggi o persone che evocano emozioni specifiche (gioia, tristezza, forza).

IMPERFETTI MA AUTENTICI

Grazie al lascito di Judy Weiser e alla democratizzazione degli strumenti visivi, oggi ciascuno può trasformare il proprio sguardo in uno strumento di cura e di scoperta. Non serve essere artisti né terapeuti: basta avere curiosità, un po’ di coraggio e la volontà di fermarsi davanti a ciò che normalmente scorre via inosservato.

Scattare e farsi scattare, guardare e riguardare, scegliere e condividere (o semplicemente tenere per sé) diventa un piccolo rituale che aiuta a dare forma visibile a ciò che sentiamo dentro, a riavvicinarci a parti dimenticate di noi, a sciogliere nodi silenziosi, a riconoscere risorse che non sapevamo di avere. La fotografia terapeutica offre qualcosa di prezioso: un ponte tra l’occhio esterno e il paesaggio interno. Alla fine, forse, la vera meraviglia non è quell’immagine perfetta, ma quel frammento di verità su di sé, sempre imperfetto ma profondamente autentico.